La conoscenza si conosce? Bhaṭṭa Rāmakaṇṭha contro Dharmakīrti
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C’è una domanda apparentemente semplicissima che, se la prendiamo sul serio, ci porta immediatamente nel cuore della filosofia della mente: quando siamo coscienti di qualcosa, siamo anche coscienti del fatto di esserlo?
Se vedo un vaso, per esempio, non vedo soltanto il vaso. C’è anche, in qualche senso, il mio vedere il vaso. Ma che cos’è esattamente questo “vedere il mio vedere”? È una seconda esperienza che osserva la prima? Oppure la coscienza, nel momento stesso in cui conosce qualcosa, è già anche presente a se stessa?
Queste domande non appartengono soltanto alla filosofia contemporanea della mente. Sono al centro di un dibattito filosofico molto sofisticato sviluppatosi nell’India classica, soprattutto fra filosofi buddhisti e filosofi appartenenti alle tradizioni brahmaniche e śivaite.
L’episodio di oggi si basa sull'articolo di Alex Watson, intitolato Bhaṭṭa Rāmakaṇṭha’s Elaboration of Self-Awareness (svasamvedana), and How it Differs from Dharmakīrti’s Exposition of the Concept. L'articolo studia un caso particolarmente interessante: come il concetto buddhista di svasamvedana, generalmente tradotto come “autocoscienza”, “consapevolezza di sé” o “self-awareness”, venga ripreso da un filosofo śivaita del X secolo e trasformato in uno strumento contro alcune delle tesi fondamentali del buddhismo. Il filosofo di cui stiamo parlando è Bhaṭṭa Rāmakaṇṭha, illustre rappresentante dello Śaiva Siddhānta, una scuola dello śivaismo medievale che sviluppò un’elaborata filosofia della coscienza, dell’anima e della realtà.
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